LA RECENSIONE

Novembre 1967. Mentre San Francisco si toglie di dosso i coriandoli della Summer of Love e i Beatles stanno già guardando oltre Sgt. Pepper's, da Los Angeles arriva un disco che non assomiglia a nient'altro di ciò che viene pubblicato in quel momento. Arthur Lee — trentadue anni, chitarra, voce, e un istinto compositivo che non ha equivalenti nella West Coast di quegli anni — consegna alla Elektra Records quello che resterà il suo testamento artistico, anche se vivrà ancora quasi quarant'anni. Per capire il salto che Forever Changes rappresenta, vale la pena ricordare dove erano i Love dodici mesi prima. Da Capo (1966, Elektra EKL-4005) era già un disco anomalo: due facciate squilibrate, la seconda occupata da una jam psichedelica di undici minuti che sembrava sfidare chiunque all'ascolto. Ma era ancora riconoscibilmente il lavoro di un gruppo rock di Los Angeles. Forever Changes non ha quella ruvidezza: ha una compostezza formale, quasi aristocratica, che non aveva precedenti nel rock americano di quegli anni.

La storia della registrazione è essa stessa una storia di miracoli. Lee e il co-compositore Bryan MacLean si presentano agli Ocean Way Studios in condizioni tali da rendere necessario il ricorso ai session musician del Wrecking Crew per le prime due tracce. Poi, inspiegabilmente, la band si ricompone. Il produttore Bruce Botnick costruisce un suono simultaneamente intimo e cinematografico: archi che entrano con la delicatezza di un respiro, trombe che squarciano come lampi d'argento, le chitarre acustiche di Lee e MacLean intrecciate in controtempi che sembrano scritti da qualcuno che conosce Villa-Lobos a memoria. E sopra tutto questo, la voce di Arthur Lee — un tenore spezzato, quasi fragile, che porta con sé tutta l'ambiguità di un uomo che canta la bellezza del mondo come se stesse già salutandolo. Alone Again Or apre il disco con una struttura apparentemente semplice che nasconde un arrangiamento di rara eleganza; A House Is Not a Motel ribalta il tono con una tensione ritmica che sale senza mai esplodere del tutto. Mentre i suoi contemporanei scrivono di pace e fiori, Lee scrive di morte, paranoia e apocalisse imminente — con una leggerezza sintattica che trasforma ogni verso in qualcosa di doppio, apparentemente ingenuo in superficie e devastante appena ci si ferma.

Il pressing originale stereo USA (Elektra EKS-74013, 1967) è il punto di partenza per qualsiasi discorso sulla qualità audio. Le varianti di stabilimento — Allentown (AL), Columbia Terre Haute (CTH) e Monarch (MON), identificabili dal codice nel runout — suonano in modo sensibilmente diverso per definizione dei medi e profondità del soundstage: la variante AL è storicamente la più apprezzata per la presenza vocale e l'ariosità degli archi. Il pressing mono (Elektra EKL-4013) rimane però il riferimento assoluto: la riduzione al centro rende la voce di Lee più densa e immediata, con un midrange che le versioni stereo non riescono a replicare. Vale il doppio sul mercato dell'usato — e lo merita. Per chi non vuole inseguire le prime presse, la ristampa Intervention Records 200g del 2015 (IRI-012), tagliata da nastro analogico originale, è la via d'accesso più onesta. Il 180g Rhino/Elektra del 2001 suona dignitosamente, ma la dinamica risulta leggermente compressa rispetto alle migliori prime presse.

Cinquantasette anni dopo la pubblicazione, Forever Changes suona ancora come un oggetto alieno caduto nel mezzo del 1967. Ogni volta che lo si rimette sul piatto — e va rimesso sul piatto, non ascoltato in streaming, non in cuffia sul telefono — si scopre qualcosa di nuovo: un contrappunto nascosto, una modulazione armonica inattesa, un verso che questa volta colpisce in un posto diverso. Il limite del disco, se si vuole cercarne uno, è la stessa inaccessibilità che lo rende unico: non concede nulla alla prima ascolto. Ma per chi ha pazienza, ricompensa ogni volta. Certi dischi invecchiano: diventano documenti, reperti, oggetti da museo. Forever Changes no: resta musica — viva e imprevedibile ogni volta che l'ago tocca il solco.

Tracklist
  1. A1Alone Again Or
  2. A2A House Is Not a Motel
  3. A3Andmoreagain
  4. A4The Daily Planet
  5. A5Old Man
  6. A6The Red Telephone
  7. B1Maybe the People Would Be the Times or Between Clark and Hilldale
  8. B2Live and Let Live
  9. B3The Good Humor Man He Sees Everything Like This
  10. B4Bummer in the Summer
  11. B5You Set the Scene
🛒 Dove acquistarlo
LP 180g Reissue
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Rare 1967 UK first press 11-track MONO
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VERDETTO FINALE
VERDETTO FINALE
Non c'è superlativo sufficiente. Forever Changes non è soltanto il miglior disco dei Love, né soltanto il miglior disco del 1967: è uno dei pochi album del XX secolo che meriti davvero l'aggettivo 'necessario'. Prendersi cura del proprio pressing è un dovere morale. Ogni altra versione è un compromesso.

Domande frequenti

Forever Changes è disponibile in una ristampa affidabile?
Sì. La ristampa Intervention Records 200g del 2015 (IRI-012) è tagliata da nastro analogico originale ed è il compromesso migliore tra qualità audio e reperibilità. Il 180g Rhino/Elektra del 2001 è più diffuso ma suona con dinamica leggermente compressa.
Qual è la differenza tra il pressing mono e stereo di Forever Changes?
Il pressing mono (Elektra EKL-4013) concentra la voce di Lee al centro con una presenza che le versioni stereo non replicano. È la versione da cercare su Discogs — aspettandosi di pagare sensibilmente di più rispetto allo stereo in condizioni equivalenti.
Qual è il brano più rappresentativo di Forever Changes?
Alone Again Or — scritta da Bryan MacLean — è il punto d'ingresso migliore: apre il disco con una struttura apparentemente semplice che nasconde un arrangiamento di rara eleganza. Il disco va però ascoltato come oggetto unitario.