Il 1986 è l'anno in cui la musica britannica si divide in due: chi è già stato toccato dai The Smiths e chi sta per esserlo. Per capire cosa significa The Queen Is Dead nel percorso della band, vale la pena ricordare da dove arriva. Meat Is Murder (1985, Rough Trade ROUGH 81) aveva già dimostrato che Morrissey e Marr potevano sostenere un concept politico per un'intera facciata senza perdere la leggerezza pop che li distingueva — ma era anche un disco più grezzo, meno rifinito nell'arrangiamento. The Queen Is Dead è il passo successivo: stessa urgenza, tensione formale più alta. La critica li ha già incoronati, il pubblico li adora, e il fragile equilibrio tra Morrissey e Marr sta per spezzarsi per sempre. In questo contesto di splendore e dissoluzione imminente nasce un disco che non teme il confronto con nulla di contemporaneo — né con Sign O' the Times di Prince né con The Joshua Tree degli U2, due capolavori dello stesso periodo che scelgono la grandiosità dove i The Smiths scelgono la precisione chirurgica.
Marr costruisce una chitarra che non assomiglia a nessun'altra nella storia del rock britannico: arpeggi veloci come pensieri, accordi che cambiano prima che l'orecchio li aspetti, una tecnica che cita contemporaneamente gli anni Cinquanta americani e il flamenco spagnolo. Il risultato è una texture sonora che su There Is a Light That Never Goes Out raggiunge qualcosa di trascendente — i bassi di Andy Rourke e la batteria di Mike Joyce costruiscono una progressione armonica semplice come un canto popolare, mentre Morrissey trasforma un banale giro in macchina in un'ode alla morte romantica che dopo quarant'anni non ha ancora perso un grammo del suo peso. Bigmouth Strikes Again è il lato opposto — veloce, elettrico, quasi punk nel ritmo — mentre Cemetery Gates è la dimostrazione che si può citare Keats e Yeats in una canzone pop senza sembrare accademici. Morrissey non fa letteratura sulla musica: fa musica con la letteratura.
Il pressing originale UK su Rough Trade (ROUGH 96, 1986) è il riferimento assoluto — produzione di Morrissey e Marr con Johnny Porter, masterizzato con una cura artigianale che trasuda da ogni solco. Le chitarre di Marr hanno una presenza nei medi che nessuna ristampa ha ancora replicato completamente, e il gatefold con le note interne è un oggetto editoriale di per sé. La ristampa 2017 Rhino/Warners è la scelta più accessibile e suona onestamente bene — master curato da Bob Ludwig da nastro analogico, pressing 180g silenzioso, spazialità del soundstage migliorata rispetto alle versioni intermedie. La prima pressa EMI UK (1986, con poster) è la versione da cercare per chi vuole l'esperienza completa.
The Queen Is Dead non è il disco più venduto dei The Smiths né il più accessibile per chi li ascolta per la prima volta. È però il disco in cui Morrissey e Marr toccano simultaneamente il loro apice — il testo e la musica si sostengono a vicenda con una precisione che raramente si vede nella musica popolare. Un disco che non invecchia perché non è mai stato davvero figlio del suo tempo.
- A1The Queen Is Dead★
- A2Frankly, Mr. Shankly
- A3I Know It's Over★
- A4Never Had No One Ever
- A5Cemetry Gates★
- B1Bigmouth Strikes Again★
- B2The Boy with the Thorn in His Side
- B3Vicar in a Tutu
- B4There Is a Light That Never Goes Out★
- B5Some Girls Are Bigger Than Others