Febbraio 1977. CBGB è già un mito in costruzione, ma Television non appartiene davvero alla scena che vi si è formata intorno. I Ramones corrono a duecento all'ora, Patti Smith brucia di energia poetica, Blondie guarda alla superficie pop. Television guarda da un'altra parte — o meglio, guarda in alto. Marquee Moon arriva nello stesso anno in cui il punk sta per diventare un codice di abbigliamento, e non ha nulla in comune con quell'urgenza elementare: è un disco di sette minuti medi a traccia, costruito su intrecci di chitarra che devono più a Albert Ayler e alla musica modale che a Chuck Berry. Tom Verlaine e Richard Lloyd non si erano mai sentiti prima su disco, e quando le loro chitarre si parlano in Marquee Moon si capisce subito che stavano aspettando questo momento da tutta la vita.
Il disco si apre con See No Evil e i primi dieci secondi bastano: il riff di Verlaine è nervoso, angolare, con un'articolazione che non somiglia a nient'altro nel rock del 1977 — né alla souplesse blues-rock di Page né alla pulizia chirurgica di Fripp. È qualcosa di più secco, più intellettuale, con una risonanza quasi percussiva nelle mezze posizioni. Lloyd risponde con linee che riempiono esattamente gli spazi che Verlaine lascia vuoti, come due conversatori che non si interrompono mai perché hanno già concordato chi parla quando. Venus è il romanticismo della band nel suo momento più trasparente: melodia limpida, arrangiamento aperto, la voce di Verlaine che vola su tutto con quella qualità rauca e alta che ricorda un giovane Lou Reed che ha letto troppa poesia francese. Ma è la title track a definire il disco e l'intera carriera: dieci minuti in cui i due chitarristi costruiscono, smontano e ricostruiscono un tema che si espande come una città notturna vista dall'alto, fino al solo finale di Verlaine — uno dei più lunghi e memorabili nella storia del rock bianco americano, rapido come pensieri e preciso come bisturi.
Il pressing originale Elektra USA (7E-1098, 1977) è la versione di riferimento: taglio caldo, chitarre con la giusta presenza nei medi alti senza essere brillanti, il basso di Fred Smith solido ma mai invasivo. La stampa UK Elektra dello stesso anno è considerata da molti collezionisti leggermente più aperta nel soundstage, con un dettaglio nelle sovraincisioni di chitarra che fa la differenza nelle cuffie. La ristampa Elektra/Rhino del 2003 è l'opzione più reperibile: fedele all'originale nei toni ma con una compressione moderna che toglie dinamica ai picchi, particolarmente evidente nel solo di Marquee Moon. La Music On Vinyl 180g del 2012 ha convinto meno: equalizzazione un po' piatta nei medi, suono asciutto ma non luminoso. Se trovate una prima pressa americana o britannica in buone condizioni, non lasciatela andare.
Marquee Moon è uno di quei dischi che non hanno vera concorrenza nel proprio genere, perché quel genere l'hanno inventato loro. Non è post-punk — è anteriore al post-punk, ed è già oltre. Non ha eredi diretti perché nessuno ha mai avuto la stessa coppia di chitarristi, la stessa pazienza narrativa, la stessa capacità di rendere la tensione armonica fisicamente palpabile. Chi cerca il rock come architettura — costruzioni elaborate, geometrie inaspettate, spazi che il suono abita invece di riempire — troverà qui un testo fondamentale. Un disco che non invecchia perché non era mai stato giovane nel senso convenzionale del termine.
- A1See No Evil
- A2Venus★
- A3Friction
- A4Marquee Moon★
- B1Elevation
- B2Guiding Light
- B3Prove It★
- B4Tom Curtain